La luminosa inquietudine.

Mostra di pittura di Martina Dalla Stella.

Ci sono diverse ragioni per le quali dire qualcosa, in forma di scrittura, sull’opera pittorica di Martina Dalla Stella, rappresenta per me un privilegio. La prima riguarda la nostra complice “sorellanza”, nata immediatamente negli anni degli occhi aperti, rimasta paziente ad attendere in quelli degli allontanamenti e sempre ritrovata, sempre più stretta, dopo le curve della strada. Tutte le altre ragioni riguardano il suo talento, ma si legano indissolubilmente alla prima attraverso il filo di una parola poetica che viene a descriverci entrambe: inquietudine.

E’ l’inquietudine a far muovere le mani.

La quiete è contemplativa: il soggetto che la vive ha una sostanza di garza attraverso la quale il mondo, come l’aria, passa senza sostare e non germina, non marcisce né fiorisce. La sfera della quiete non appartiene alla carne, ma alla riflessione. E’ statica: essa non fa. “Il cuore, se potesse pensare, si fermerebbe” (Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine)

L’inquietudine, invece, è spugnosa caverna di cuore: sostanza che raccoglie fino alla saturazione, per allagare poi, a piena compiuta, di una piena di pollini.

Così l’inquietudine si fa gesto artistico, in un rinominare il mondo con le proprie vocali, a volte per lodarlo, altre per gridarne i brividi. Ed è questo fare dell’arte che vedremo qui esposto, nei dipinti di Martina Dalla Stella, a cominciare dai brividi, dalle grida.

La volontà dell’artista di aprire la mostra con le tele di denuncia sociale della sezione “Respect please” è, infatti, una precisa scelta politica. Abbiamo grandi tele, dove le campiture stese, vaste, dei rossi sanguigni o dei chiari d’acqua o d’aria degli sfondi (quasi fondali scenici) sono esattamente il magma di piena, all’interno del quale l’uomo, la donna, l’umanità, con la propria pena, si espongono stilizzati quasi come tagli, a volte resi ancor più netti da un vero e proprio collage di volti, mani chiedenti e alzate, occhi, bocche, dai contorni neri, netti come un urlo e, come un urlo, violenti. Davanti a questi dipinti non posso non pensare a Wislawa Szymborska, al suo espressionismo piano ma tenace di parola che ci chiama tutti “Figli dell’epoca”, dentro l’epoca e dentro l’individuo che nell’epoca vive (caparbiamente vive) e viene a grida di essere senza assistere. E di sentire. E di sentire con: com-patire.

“Essere o non essere, questo è il problema.
Quale problema, rispondi sul tema.

Problema politico.
Non devi neppure essere una creatura umana
Per acquistare un significato politico.
Basta che tu sia petrolio,
mangime arricchito o materiale riciclabile.
O anche il tavolo delle trattative, sulla cui forma
Si è disputato per mesi:
se negoziare sulla vita e la morte
intorno a un rotondo o quadrato.
Intanto la gente moriva,
gli animali crepavano,
le case bruciavano
e i campi inselvatichivano”

(Wislawa Szymborska, Figli dell’epoca)

In questa prima stanza di esposizione siamo, così, immediatamente immersi nel magma fino all’ombelico senza possibilità di arretrare. Lo è, con noi, anche l’artista stessa che in “Como aceptar la falta de savia…” si mostra (a mio parere come in un autoritratto a figura intera) nel faticoso ed umanissimo tentativo di auto salvazione e di risalita (“su, su, Münchhausen”, come invocherebbe Andrea Zanzotto) verso una altitudine che però non ne regge il peso e si piega in vetta, mostrando il vuoto dietro al mondo: mondo che, in questo caso, sembra essere sia il fondo che il drappo d’appiglio.

E lo siamo, di nuovo, con lei, nello splendido “La rotta dei Balcani”, in quanto umanità sgomenta di sagome in fuga a disegnare declivi di paesaggi e diagonali d’orizzonte sotto la cappa di un cielo privo d’ogni divino, denso come una disperazione muta, dove la cataratta di rosso arterioso sembra colare tutta intera la sventura.

Il tema delle campiture e delle colature (gocce, spruzzi, macchie di colore) rappresenta probabilmente la chiave tecnica di Martina Dalla Stella, esattamente come la “Luminosa inquietudine” ne rappresenta la chiave concettuale. Ritroviamo, infatti, entrambe queste caratteristiche nelle opere delle altre stanze di questa esposizione, le quali solo apparentemente paiono portare una tregua soggettiva. In realtà vediamo come, anche nei dipinti più intimi a tema familiare o naturale, il mondo rappresentato non sia mai delineato tenuamente ma venga a sgretolarsi (a gocciolare quasi) proprio nel suo atto di mostrare se stesso. Lo vediamo in “Ben oltre le idee di giusto e di sbagliato…”, dove il paesaggio – il campo laggiù – è sconvolto da una tempesta di vento che non ha nulla a che vedere con il fenomeno fragilissimo atmosferico ma che riguarda l’interno, nero e fragilissimo, dell’individuo appena accennato accanto al grande albero (ancora una volta un autoritratto).

Lo vediamo nel bellissimo “Vorrei stendere al sole la mia anima”, in quel cielo mai pacificato, d’aria che penetra la trama delle lenzuola, di sconfinamenti fra trame e di assoluto movimento. Tanto che viene da chiedersi se l’anima sia, in questa tela, il candore dei lenzuoli, il raggio di luce giallo che li tocca, l’azzurro in disfarsi dell’altra stoffa stesa segnata di rosso e nero, oppure proprio la macchia di nero a lato sinistro. Molto probabilmente l’anima dell’artista, se l’impressione che fino a qui ho esposto è plausibile, è tutto questo allo stesso tempo. E non solo. Forse l’anima è anche, come vedremo ancora, anche il “filo”, elemento simbolico ricorrente nell’iconografia di Martina, inteso contemporaneamente come punto d’equilibrio (legaccio, legame) e di caduta: appiglio, ragnatela e bava di memoria.

Ritroviamo, infatti, il filo anche nel commovente “Come in un ricordo…” dove il vero soggetto ritratto è manchevole ed è esattamente il vuoto che tanto sa riempire la sedia lasciata nuda, legata dal filo rosso di lana allo sguardo prima ed alle mani poi, della donna seduta sull’altra sedia (la nonna materna dell’artista), che diviene in questo modo la metà che resta a ricordare (intrecciando i ricordi come le maglie della fibra), l’intero due che era stata la vita.

Fili, colature su campiture di base e gocciolamenti ricorrono anche nei quadri di paesaggio e di natura.

Sono fili i rami degli alberi (rappresentati quasi sempre in inverno, spogli da gemme e foglie, nella nudità testarda di qualcosa che sfida col segno il tempo della quiete e del riposo – della morte o della mortalità -), gli arbusti e l’erba. Sono fili i falsi piani dai quali sfociano le farfalle di “E come le più belle cose…”, che anzi, forse sono un solo insetto, colto nel suo divenire e svanire.

E sono fili i soffioni dello stupendo “Rento se sara la vose…”: fili di segni i soffioni, come l’erba ed i semi in dispersione e come il filo di vento (“Vento”, qui, in assonanza di significante con il “Rento” del titolo: verso rubato alla poesia – ancora una volta – di Enio Sartori, per descrivere una umanità che si fa anima a chiudere la voce che non riesce a definire l’inquietudine che prova, e non può che disfarsi, disperdersi per germinare).

Sono campiture dense di magma non soltanto i fondali ma anche taluni soggetti, come i petali sensuali dei “Papaveri”, che sono quasi sovraesposti nella loro materialità carnale sotto accenni di fili azzurri, reticoli segnati a ripetere a memento la fragilità dell’equilibrio, a cospetto del reale. Qualsiasi esso sia: pure un reale esploso di rossa e vitale energia in tempo estivo.

Abbiamo densità di colore e reticoli anche nell’apparentemente delicato “Alchechengi”: fili di ragno a definire quasi una cristallizzazione di speranza
intorno alla materia di goccia, rossa, delle piccole cose capaci di bellezza.

“Io ballo quando vedo ballare”: questo scrive Pessoa. Ed è questo che Martina Dalla Stella fa attraverso la sua pittura: una coreografia in prima persona all’interno dello spettacolo di danza del reale, dove il reale è il fluido generatore del sentire, il sentire è un luminoso inquieto pulsare del cuore e il cuore non trova alcuna ragione di fermarsi a rielaborare il battito con la ragione e lascia muovere le mani.

Silvia Secco

 

 

"Respect, please": percorsi visivi tra attualità sociale e segno lirico.

"Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi;
è l'indifferenza dei buoni".
M.Luther King

 

Negli spazi di Fabbrica Saccardo, luogo radicato nella storia del territorio, testimonianza di un passato industriale ormai concluso ma che grazie ad un recupero sapiente delle antiche strutture rivive con una nuova e diversa vocazione, Martina Dalla Stella crea un percorso pittorico di istanti cromatici che prende vita attraverso riflessioni intessute con l'attualità sociale e politica più stringente, ma anche col ricordo, la memoria privata, familiare e quella storica, espressa attraverso la citazione poetica e letteraria, che l'artista riesce a rendere attuale e sempre personale, così come l'attenzione verso la natura tradotta ora attraverso una rappresentazione lussureggiante e materica, ora attraverso uno sguardo intimista che si esplica in paesaggi di colore liquido e irradiazioni espressive dal forte potere lirico.

“Respect, please” – Rispetto, per favore - è il titolo della mostra ed anche di una delle sezioni espositive nonché di due opere presenti.

Sono due semplici parole per esprimere un concetto profondamente complesso, che suona come una richiesta ad una necessità irrinunciabile o come una preghiera laica, aconfessionale ed allo stesso tempo universale e punto d’incontro spirituale di ogni essere umano aldilà delle differenze “di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione”1 così come previsto dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, ancora troppo spesso disattesa.

In questa sezione Martina Dalla Stella affronta i temi forti e cruciali della società attuale come il dramma della migrazione con le sue inevitabili "tragedie del mare", come i corpi avvolti nei sudari di Ancora del 2014, ultimo approdo doloroso di un viaggio verso una speranza mai raggiunta.

Le superfici del quadro si fanno spazi dell'umano sentire in cui le figure dei migranti sono presenze diafane, come in Mediterraneo d'Inverno 1 e 2 (2015), qui il mare è un sovrapporsi di segni e le onde si intersecano con il miraggio di una vita sicura lacerata da sottili ferite purpuree che diventa squarcio possente, presagio di un destino segnato, in La rotta dei Balcani/2 (2015).

Il Rispetto, che da il nome alla sezione, è declinato nei ritratti femminili, dalle madri di Gaza al volto espressivo di Samia Yusuf Omar, omaggi meditati nella condivisione dell'essere donna e del sapersi confrontare con l'altro da sé, in un'analisi scevra da facili ideologie di genere, che offre possibilità di indagine sulla condizione femminile oggi, in grado di raggiungere una simpatetica corrispondenza ma anche spunto per una analisi accurata del sé, come avviene in Il senso di questo stare (2015) e Como aceptar la falta (2015) in cui il testo poetico accompagna l'immagine in una sintesi tra equilibrio semantico e formale.

A scandire il ritmo della sala e della sezione, la più ampia della mostra, quasi fosse un nume tutelare è l'opera eponima Respect, please (2015); allegoria priva di retorica, dove "La Libertà", citazione artistica ancor che politica del grande romantico francese Delacroix, diviene un invito ad essere guida dell'umanità contemporanea nel superamento dei conflitti e delle lacerazioni.

Nell'immaginario dell'artista una presenza importante è quella della natura e dei suoi elementi, tanto che nella mostra Martina Dalla Stella ha scelto di dedicare ben due sezioni a tale tematica, troviamo così "Piccole Cose" nella biblioteca e "L'anima se desfa come supiòn al vento" nella piccola sala bianca. Si dipana un percorso botanico di suggestioni intense, immersive e palpitanti, dalle eteree lanterne degli Alchechengi (2015) alla intensità materica dei Papaveri (2015) e si instaurano dialoghi intensi tra parole ed immagini in un articolato percorso tra acqua ed aria: l'acqua appare sulla tela come pioggia in cerchi netti, come goccia il cui eco è nel colore caduto sulla tela che scorre come metafora del tempo che scivola via. L'aria ed il vento sono nel volo delle rondini in cieli percorsi da scie cromatiche ordite di giallo, di blu e di rosso, come in Rondini (2013), o ancora nelle espressioni visive della terra natale dell'artista, immortalata nel trascorrere delle stagioni, quando il vento accarezza i soffioni tra fili d'erba dai toni di smeraldo o fa mulinare barlumi d'azzurro sulla coltre innevata e spessa nell'intercalare silenzioso degli alberi grigi, che si fanno presenze espressioniste nella campagna silenziosa in L'anima se desfa come supiòn al vento in cui il paesaggio diventa spazio dialogico tra natura e poesia, quella di Enio Sartori, poeta locale e docente di letteratura molto apprezzato.

L'ultima sezione dal titolo "Una Vita" è un cammino di scoperta dell'altrove avendo come punto di partenza le proprie radici, elementi fondamentali per potersi allontanare e per percepire a pieno la libertà del viaggio. Qui si incontrano così l'Omaggio ai Sassi (2015) paesaggio letterario e simbolico di Matera; le scene conviviali e memoriali del passato famigliare in Come in un ricordo/2 (2014), le mani nodose come rizomi secolari, narranti di sapienza e lavoro, di tradizioni e fatica in Una vita (2014).

Un filo invisibile lega le opere che Martina Dalla Stella ha scelto di esporre in questa sua personale, un filo che partendo da un unico capo si divide per poi intrecciarsi e creare trame armoniche, percorsi visivi che danno vita ad un ordito di temi coraggiosi e quanto mai attuali che l’artista ha la capacità di presentare senza retorica, senza brutalità eppure con estrema forza e con l’urgenza etica che solo i veri artisti sanno esprimere.

Beatrice Mastrorilli

Marzo 2016

 

 

MARTINA DALLA STELLA: L'ARTE VIANDANTE, IL TEMPO, IL RITORNO

 

                                                                                                                                                            "Ma tu, dimmi ancora e parla sincero:

                                                                                                                                                             dove sei stato errando,

                                                                                                                                                             a quali paesi sei giunto d’esseri umani....."

                                                                                                                                                                                    Omero, Odissea, Canto VIII

 


L'arte di Martina Dalla Stella è figlia del cammino, del viaggio ma anche del "Nostos", del ritorno che per gli antichi coincideva con il termine di una lunga peripezia che segnava nel profondo chi l'aveva esperita, così il senso del viaggio per l'artista è un'esperienza sapienziale attraverso la quale portare con sè ciò che ha visto e vissuto e lo traduce attraverso il colore spesso materico, corposo ed energico altre volte chiaro, sottile, diluito tanto da far apparire i suoi soggetti quasi astratti.
La sua pittura è fatta di istanti cromatici che danno vita sullo spazio della tela a momenti di riflessione intessuti col ricordo, sia esso memoria privata e familiare oppure memoria d'attualità stringente e sociale o ancora attimi di natura conosciuta, vicina, poetica e sospesa, intrecciati con testi poetici tanto da farsi specchio analitico del sé.


Si aprono così varchi che svelano mondi e luoghi veduti oppure umani aspetti di cronaca come i migranti avvolti nei sudari in "Ancora" del 2014, approdo doloroso di un viaggio verso una speranza mai raggiunta.
Ci sono poi i volti femminili quelli delle madri di Gaza, delle donne e delle bambine del sud America, del Nepal, gli occhi grandi di Samia, la discrezione pudica di Tina sono omaggi meditati e mai retorici, emergenti dal colore, pulsanti d'energia ma rappresentati con delicata ed accurata sensibilità di comunanza umana e femminile che è condivisione dell'essere donna e del sapersi confrontare con l'altro da sè per raggiungere una simpatetica corrispondenza antropica.


Nelle opere di Martina come nel bagaglio di ogni esperto viandante oltre al desiderio della scoperta dell'altro, alla meraviglia destata dalla conoscenza della diversità, quale elemento di spaesamento e nello stesso tempo di confronto e arricchimento, c'è anche il ritorno e soprattutto la consapevolezza ben salda delle proprie radici, che sono elemento fondamentale per potersi allontanare e per percepire a pieno la libertà del viaggio, avendo completa cognizione da dove si parte.
Le radici di Martina sono spesso presenti nei suoi lavori nell'immagine delle mani nodose come rizomi secolari, in "Una Vita" mani narranti di sapienza e lavoro, di tradizioni e di fatica; le radici poi sanno anche farsi reminiscenza nella scena conviviale di "Come in un ricordo...(a mio nonno)" quasi un'immagine fotografica color seppia, un frammento memoriale ed in parallelo in un'altro omaggio, questa volta alla nonna, dove il legame stretto del ricordo e dell'affetto sembra manifestarsi attraverso il sottile filo rosso che percorre lo spazio della stanza intrecciandosi ai ferri del lavoro a maglia.
Ancora nell'immaginario dell'artista una presenza importante è quella della natura e dei suoi elementi: l'acqua che appare sulla tela come pioggia in cerchi netti, come goccia il cui eco è nel colore caduto sulla tela, acqua che scivola via dalle mani, metafora del tempo che scorre, o che può diventare mare materico tra onde e schizzi percolanti sui quali sta sospesa una piccola figura, nell'opera "In Sospeso" del 2011, che è quasi un'ombra, un segno scuro che anela all'infinito attaccato ad una precarietà filiforme.
Accanto all'acqua trova spazio l'aria ed il vento rappresentata nel volo delle rondini in cieli percorsi da scie cromatiche intrecciate di giallo, di blu e rosso, come in "Rondini" del 2013, nei panni stesi al sole ritratto del desiderio di una libertà dell'anima che viene più volte ribadita e anelata attraverso segni e parole, oppure nell' attesa dei migratori allineati sul filo in "Aspettando per migrare...(anche io così)" del 2006, immersi in un azzurro acceso dove l'aspirazione al viaggio torna di nuovo a farsi vivo.


Proprio le parole, quelle della poesia, entrano spesso in dialogo con la pittura che ne diviene espressione visiva. Sovente legata alla natura della sua terra vicentina, immortalata nel trascorrere delle stagioni quando il vento accarezza i soffioni tra fili d'erba dai toni di smeraldo o la neve è una coltre materica e spessa nell'intercalare silenzioso degli alberi grigi, che si fanno presenze espressioniste tra le irradiazioni azzurre. Così il paesaggio diventa spazio dialogico tra natura e poesia, quella di Enio Sartori, poeta locale e docente di letteratura molto apprezzato, ma anche Pablo Neruda, quando la natura si fa lussureggiante e appassionata evocazione di terre lontane in "Nosotros los de entonces..." 2012 o ancora è la voce del poeta afgano Jalaluddin Rumi ad accompagnare il colore liquido del cielo che scende come il vento a scompaginare un campo d'erba alta in "Ben oltre le idee di giusto e sbagliato c'è un campo, ti aspetterò laggiù" del 2014.


L'arte di Martina Dalla Stella è fatta di percorsi, dunque, di itinerari reali che si uniscono ed amplificano attraverso quelli interiori, percorsi di vita che si snodano nello spazio mantenendo saldi legami con il ritmico fluire del tempo. L'esperienza dell'erranza diventa talento della narrazione, la superficie della tela lo spazio naturale su cui tessere la trama del racconto.

 


Novembre 2014


Beatrice Mastrorilli

 

 

Noi, quelli di allora, già non siamo più gli stessi”.

Martina Dalla Stella: l'indomabilità dell'acqua e l'urgenza.


Può essere l'arte, disperato bisogno? Sete? C'è, in questi dipinti di Martina Dalla Stella, (la si
avverte) come una Urgenza del gesto artistico. Come se l'arte, il farla, fosse l'acqua necessaria a
placare l'arsura (l'aridità del mondo, la sua non fecondità) o la disperata necessità del fluire al di
fuori, in piena, in diluvio di pioggia, neve, vento da questa claustrofobica aridità, insoddisfazione;
dal lento morente susseguirsi dei giorni.
Come se il dipingere fosse il talismano, la cura al terrore del tempo che muta e ci muta e smorza la
passione nella dimenticanza o, peggio ancora, nel tran-tran.
Così c'è il colore (come in un'altra occasione ho avuto modo di dire): l'esplosione sensuale del
colore, nelle sue opere. Molto prima della forma delle cose, molto prima del disegno e della linea.
E non è mai colore sfumato, tenue, tranquillizzante. Anche nel caso dei Bianchi o degli Azzurri,
esso rimane materico, plastico, quasi sfrontato e quasi sempre primario; quasi “primitivo”, se è
possibile usare questo termine.
Un colore che si fa viaggio e meta allo stesso tempo, nei vari momenti di composizione dei quadri,
ed in funzione dell'inquietudine interiore che esso serve a rappresentare.
Così abbiamo i Rossi (mi piace pensare che il percorso potrebbe essere questo) di “Nosotros...”,
della “Curandera”, del “Burattinai e burattini”, del “Aspettando per migrare”, delle “Calle” e del
“Autoritratto (solo viso)” per le passioni accese, per l'energia e le denunce di un “mondo alla
rovescia” che diviene furiosa insofferenza sbocciata in magma/lava. E così il Rosso si fa Nero, nel
secondo “Autoritratto (con l'aquilone)” e nel “Mi covo un segreto, mormora ela...”, per arrivare al
Nero quasi assoluto del altro ed intensissimo “Autoritratto” nel quale l'io è sommerso, dal quale è
sovrastato, affogato: nero-notte interiore, angoscia, nero-morte.
Poi.
Poi però ci sono i Gialli delle lune (mai piene lune, tuttavia. Mezzelune: levantesi, in fieri...) e il
Nero si fa Blu con l' “Anguana” in uno slancio tutto verticale, come fosse una resurrezione
rabbiosa, furente: una frenesia di danza selvatica e libera, sfogo del “sangue”, appunto,
“insinganà”.
E gli Azzurri liquidi della “Pioggia” e delle “Rondini”, di “Mediterraneo”: la sete abbeverata di
pianto o diluvio, “slavajo” salvifico che placa poiché inonda, fluidifica, scioglie. E c'è allora, forse,
un cielo d'acqua in colata anche in “Su sonrisa”: un cielo d'acqua che somiglia ad un porto, una
cala, un approdo, un senso... a riprendere fiato quasi. Quasi la tregua fosse possibile, la salvezza -
nonostante, a lato, il “Funambolo” sia sempre presente, in bilico sul filo, in rosso/precario equilibrio
sul niente, “In sospeso”, “Funambolando”, mentre Azzurro cola ancora, (si disfa) nei Bianchi -.
Il Bianco è il desiderio. (Probabilmente lo è).
Desiderio di sete placata che il titolo del bellissimo “Vorrei stendere al sole la mia anima” chiarifica
pienamente. Pace (ma desiderata, sognata: pace/chimera, appunto.).
Il lavoro artistico di Martina Dalla Stella è un invito al Viaggio (essendo il “viaggio” e l'”andare”
condizioni esistenziali essenziali dell'artista e della persona) in luoghi reali (l'amatissimo sud
America di “Villa miseria”, il Nepal, l'India, il Portogallo, ma anche l'Alto-Vicentino e la “casa” dai
volti famigliari di “Come in un ricordo” e di “Neve”) ma non di meno nei luoghi dell'anima:
un'anima mai pacificata e, anch'essa, “viandante”, ma generosamente qui mostrata, non trattenuta,
esposta a volte come un grido, altre come assenza, o attesa/silenzio.
In questo modo anche il percorso visivo delle opere qui esposte, si fa per lo spettatore un cammino
in una contemporanea ed umanissima “Comedia” il cui fine lieto, però, (il Paradiso) sembra
sfuggirci come, probabilmente, ancora sfugge all'artista.
Un punto d'arrivo, semmai il trovarlo fosse indispensabile, (la frase finale della fiaba) sembra allora
essere la negazione: la rappresentazione di ciò che la poesia (spesso qui citata, anche negli stessi
titoli o nelle iscrizioni dei quadri: da P. Neruda a E. Sartori, ma comunque sempre evocata e
presente nei contenuti: Machado, l'amato Pessoa, Mario Benedetti) ben suggerisce con le parole, ad
esempio, di E. Montale:


“...Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo...”
(E. Montale, “Non chiederci la parola”, da “Ossi di Seppia”, 1923)


O di Alda Merini:
“...Era questo di me che non volevo:
condurmi, trascurando ogni mia forma,
al vertice mortale della vita...
Ma la presenza di ogni mia sembianza
quale urgenza incalzante di sviluppo,
quale presto proporsi
e più presto risolversi d'enigmi!...”
(A. Merini, “La presenza di Orfeo”, 1949)


Se si dovesse dare un titolo a questa esposizione (che non è un'esposizione d'esordio per Martina
Dalla Stella, ma probabilmente lo rappresenta), esso potrebbe essere “Sinestesia”, perchè in questo
viaggio perfettamente si “sentono” i fischi liberi e salvifici di rondini, il freddo del “Covo” dove la
donna si stringe nelle spalle, l'erotico-palpabile-umido invito dei fiori in “Nosotros”, il rumore
scrosciante di una pioggia in cui siamo effettivamente immersi e fradici, la pelle di madre e figlia
unite nell'abbraccio che anche noi accarezziamo, il loro respiro che annusiamo, che ci sposta i
capelli ed è tiepido. C'è il profumo del vino nel bicchiere, il pelo del gatto che accarezziamo
assieme alla Curandera... C'è tutto questo. Molto altro ancora.
Ma forse il titolo migliore é la fusione di due titoli scelti proprio dall'artista per due dei suoi quadri.
Ed uno dei due titoli è un verso, appunto, di una poesia (P. Neruda, da “Poema xx” : “Nosotros, los
de entonces, ya no somos los mismos”):
Noi, quelli di allora, già non siamo più gli stessi.
Come acqua tra le mani (la vita): impossibile contenerla.


Silvia Secco

 

 

Martina Dalla Stella: quando l’arte scorre come acqua nel luogo e nel tempo

Creato il 03 ottobre 2012 da Ilreferendum

di Alessandro Pagano Dritto

 

L’acqua perché scappa via dalle mani quando le unisci a scodella per prenderla, l’acqua perché simbolo di tutte quelle cose che passano e che non puoi trattenere, che passano via come il tempo.

Il concetto, espresso anche in uno dei suoi quadri che raffigura le mani giunte a prendere l’acqua (Come acqua tra le mani: impossibile contenerla, 2012), è il filo rosso, anzi azzurro, che unisce molte delle opere espresse dall’artista vicentina Martina Dalla Stella nella sua mostra Come acqua tra le mani, conclusasi a Schio (VI), lo scorso 30 settembre.

C’è l’acqua di morte che accoglie i corpi dei migranti che ogni anno tentano la disperata fuga dalle loro terre attraverso il Mediterraneo e che i giornali riassumono in qualche anonimo trafiletto. A loro e al loro viaggio, al loro mare, è dedicata un’opera su tela grezza (In Mediterraneo, 2011), priva di cornice e insolitamente grande proprio – spiega Martina – per rendere fisicamente l’idea del mare e della sua vastità. Vi ha mescolato, alla pittura blu che spesso si sovrappone, ritagli di giornale e fotografie che raccontano di queste vite migranti e del loro destino inghiottito dal nulla: nomi e date si leggono fino a quando una pennellata blu non le sommerge in un naufragio di carta. L’idea, spiega, gli è venuta alla notizia di uno dei tanti episodi che avvengono nel Mediterraneo: alla deriva, alcune madri avevano sollevato i loro figli perché i soccorritori fossero più veloci nel salvarli, ma nessun soccorritore venne subito e quando venne fu per recuperare pochissimi sopravvissuti. Tra i morti, molti bambini. E’ per questo che in un angolo del quadro, in fondo a destra, Martina ha disegnato una madre col proprio figlio in braccio: di spalle, sembrano guardare l’orizzonte.

Ma l’acqua non è solo evento drammatico nella pittura di Martina Dalla Stella. C’è anche un’acqua più familiare, più rassicurante, che è quella che compare come pioggia dietro alcune rondini in volo o come distesa dietro l’abbraccio di una madre e di un figlio.

L’acqua ricorre anche nella vita di Martina, in quella dell’infanzia e del presente: è l’acqua del suo fiume, l’Astico, che scorre nella provincia di Vicenza dove Martina è nata e cresciuta. Martina ricorda ancora le storie raccontate dagli anziani ai bambini, storie su esseri mitologici metà sirene e metà streghe che popolavano le zone lungo l’argine del fiume. Sono leanguane, cantate in alcuni componimenti di Enio Sartori, poeta locale e stimato professore di liceo della stessa artista, fonte di ispirazione per alcuni dei suoi quadri.

Un quadro in particolare ricorda l’infanzia di Martina: raffigura il nonno mentre con due amici unisce i bicchieri e si fa versare del vino. Ha l’espressione allegra, un viso contento. Lo stesso quadro dà l’idea di un ricordo: è un ritratto in seppia, quasi monocromo, come certe vecchie fotografie di una volta.

Ma non c’è certo bisogno di parafrasare titoli di romanzi sudamericani per far entrare il Sud America e la sua letteratura nella produzione di questa artista. Ci entrano da soli per sua stessa volontà.

Ci entra Pablo Neruda con una frase citata in una tela:«Nosotros, los de entonces, ya no somos los mismos», «noi, quelli di una volta, non siamo più gli stessi». E ecco che ritorna il concetto del tempo che passa, che trascorre, va via, scivola come acqua presa tra le mani.

Ci entra il Sud America come natura splendida e colorata, quasi come colore puro: le calle, i fiori sudamericani, una ragazza ritratta in due quadri. Compare nei ricordi stessi di Martina il mercato di Chichicastenango, in Guatemala, e le sue stoffe colorate. Compare più di un viaggio che dal 2001 l’ha vista attraversare Guatemala, Bolivia, Cuba, Messico, Uruguay, Perù, Argentina.

E’ questa una geografia molto più grande di quella della terra vicentina, ma di certo complementare, perché anche questa inclusa a tinte accese nella vita della persona e dell’artista.

Compaiono insomma nell’opera di Martina Dalla Stella il vicino e il lontano uniti da un costante rimando, il tempo che scorre continuo come acqua, la vita sua e quella degli altri, volti noti o anonimi, incrociati o conosciuti, che compongono il mondo: accanto a quello dei naufraghi del Mediterraneo c'è anche il volto della fotografa rivoluzionaria Tina Modotti, cui Martina dedica una tela, ci sono alcuni autoritratti.

Compare insomma la vita in molte delle sue sfacettature.